Il racconto dell’esperienza vissuta da alcuni nostri giovani in Albania nell’ambito del progetto “Giovani sul Campo”, promosso dalla Caritas diocesana
Se c’è una parola che può descrivere al meglio l’esperienza fatta da alcuni dei nostri giovani in Albania è “contaminazione”. Non nel senso negativo del termine – con ironia possiamo dire che nessuna malattia si è propagata nel gruppo – ma nell’accezione di arricchimento, scambio e coinvolgimento emozionale.
Senza barriere, aldilà delle differenze, giorno dopo giorno, tra le nostre ragazze e i nostri ragazzi e i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze accolti dalle Suore Le Figlie della Carità, a Lumas, nel distretto di Elbasan, si è creata una connessione magica… Una magia mista di sorrisi e danze.
Le culture si sono mischiate fino a una condivisione reciproca di storie, vissuti e, perché no, anche di allegria e voglia di stare insieme.

Camilla, Emanuele, Giulia, Giulio, Luca, Marta, Raffaello e Rebecca, provenienti da diversi gruppi e parrocchie del nostro territorio diocesano, hanno vissuto dieci giorni a contatto con i 60 partecipanti dei campi estivi, organizzati dalle Suore per alcuni giovanissimi, in gran parte in disagio economico e sociale, delle zone di Mollas, Lumas e Cërrik,
Il Progetto “Giovani sul Campo”, promosso dalla nostra Caritas Diocesana e finanziato dai Fondi 8×1000 della Chiesa Cattolica, quest’anno ha voluto mettere al centro il tema della povertà educativa e ha voluto formare le animatrici e gli animatori del nostro territorio, preparandoli all’accoglienza e alla relazione con minori che si trovano in situazioni in grado di offrire loro poche opportunità per sviluppare i loro talenti, mettere in campo le loro risorse e uscire da condizioni familiari e sociali che li isolano, li rendono adulti prima del tempo e li confinano in un mondo dove i valori di onestà, giustizia sociale, responsabilità civile e rispetto per l’altro non trovano spazio.
Le Figlie della Carità danno ai loro ragazzi e bambini uno spazio dove essere se stessi, giocare, divertirsi, ma anche impegnarsi e responsabilizzarsi. Uno spazio dove esistono regole, ma anche amore e amicizia, dove un’educatrice o un educatore non è solo un amico, ma anche un adulto che, quando è necessario, traccia confini.
Marsela e Vera, le educatrici del Centro di Cërrik, gestiscono attività e situazioni logistiche e organizzative in modo impeccabile, da loro i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno imparato cosa significa misurarsi con le difficoltà quotidiane, ma anche la creatività necessaria per ideare giochi, iniziative e confronti in grado di coinvolgere i bambini e i ragazzi in qualcosa che li rende parte di un tutto, un tutto che per loro ha il sapore di un presente e di un futuro migliore.
E poi ci sono le Suore: Suor Camilla, Suor Pia, Suor Rosaria (responsabile della Casa Famiglia che ospita 15 bambini e bambine da pochi mesi a 14 anni), Suor Barbara, Suor Lourdes e Suor Carmelina, hanno aperto le loro braccia, abituate ad abbracciare, spesso, tante sofferenze, per accogliere anche i nostri ragazzi e le nostre ragazze e far capire loro cosa significa stare accanto a piccoli e piccolissimi che non hanno riferimenti genitoriali e che hanno alle spalle vissuti immaginabili per chi – come i nostri ragazzi e le nostre ragazze – vive in contesti familiari c.d “normali”, capaci di soddisfare “ogni esigenza”.
Nei dieci giorni trascorsi nelle torride giornate albanesi – ma al caldo ci hanno pensato i numerosi giochi d’acqua organizzati per tutti e tutte, dai quali nessuno si è potuto esimere – le emozioni sono state tante, ci sono state lacrime, a volte anche momenti critici, ma c’è sempre stata una luce che ha guidato il cammino dei nostri giovani: il sorriso e l’affetto dimostrato da tutti i bambini, le bambine e i ragazzi e le ragazze che hanno incontrato.

Tutto il gruppo ha messo in campo la testa, ma soprattutto il cuore, come emerge dalla testimonianza di Marta che parla a nome di tutti e tutte loro.
Possiamo dire che in Albania abbiamo lasciato il cuore.
Abbiamo conosciuto il vero significato della parola “servizio” a fianco di chi ogni giorno si mette in gioco per costruire un mondo migliore e per migliorare il proprio Paese, in particolare prendendosi cura dell’educazione dei più giovani, che spesso, in alcuni contesti, crescono troppo in fretta, trasformandoli in ragazzi e ragazze consapevoli e maturi.
Siamo stati accolti con tanto amore e tanti sorrisi sia dalle suore che ci hanno ospitato, sia dalle educatrici con cui abbiamo collaborato, sia dai bambini con cui siamo stati a stretto contatto durante tutti i dieci giorni.
Ci hanno aperto le porte della loro cultura, insegnato tanti balli tradizionali… Abbiamo anche condiviso vicendevolmente alcune parole nelle nostre lingue reciproche per avvicinarci ancora di più.
Si può dire che, nel giocare, con i bambini e i ragazzi abbiamo imparato l’importanza di due cose: la “fermezza educativa”, ma anche il potere emotivo dell’abbraccio e del divertirsi insieme.
Un potere che ha trasformato questa esperienza in un’infinita danza nella quale nessuno si è sentito escluso.
Mimma Scigliano
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